A distanza di decenni, la visione di Adriano Olivetti continua a interrogare il presente con sorprendente attualità.
In un’epoca in cui la fabbrica era concepita soprattutto come luogo produttivo, Olivetti immaginò l’impresa come una comunità: uno spazio in cui lavoro, cultura, architettura, arte e formazione concorrevano alla crescita dell’individuo, del territorio e dell’azienda stessa.
Oggi, mentre aziende e istituzioni affrontano sfide sempre più complesse, quella intuizione appare più che mai centrale. I luoghi del lavoro non sono più soltanto spazi funzionali, ma ecosistemi di competenze e relazioni, dove innovazione e conoscenza nascono dall’incontro tra discipline diverse: design, arte, tecnologia, cinema, teatro.


In questo contesto, la cultura non rappresenta un valore accessorio, ma una vera infrastruttura del pensiero. E l’arte, con la sua capacità di generare domande, donare bellezza, ampliare lo sguardo e stimolare la curiosità, diventa un linguaggio essenziale per ispirare le persone.
È da questa prospettiva che nasce il dialogo tra arte, luce e spazio.
Un’opera d’arte cambia il modo in cui guardiamo un luogo.
A volte basta una presenza inattesa: una scultura in un giardino, una figura che abita un cortile, una superficie che al tramonto rivela dettagli prima invisibili. L’arte non aggiunge semplicemente bellezza a uno spazio: ne modifica il ritmo, invita a fermarsi, apre una relazione nuova tra chi osserva e ciò che lo circonda.
Quando entra in dialogo con la luce, questa relazione si trasforma ancora. I materiali acquistano profondità, le ombre diventano parte della narrazione, i volumi emergono con una nuova intensità. È in questo incontro tra opera, architettura e percezione che lo spazio smette di essere solo un contenitore e diventa esperienza.
Negli ambienti SIMES, l’arte è parte di questa esperienza quotidiana. Non come elemento decorativo, ma come presenza viva: qualcosa che accompagna chi lavora, accoglie chi visita, suggerisce ogni giorno un modo diverso di leggere lo spazio.
L’arte come presenza quotidiana
Portare l’arte nei luoghi del lavoro significa cambiare prospettiva.
Non si tratta solo di rendere più bello un ambiente, ma di riconoscere che anche gli spazi produttivi, progettuali e professionali possono generare cultura. Un’opera collocata in un luogo attraversato ogni giorno non viene osservata una volta sola: cambia con la luce, con le stagioni, con il punto di vista di chi la incontra.
È una presenza che non impone una lettura unica. Al contrario, apre domande.
Una scultura può interrompere un tragitto abituale, trasformare una pausa in un momento di osservazione, rendere visibile un dettaglio architettonico che prima passava inosservato. In questo senso, l’arte diventa un linguaggio silenzioso ma costante, capace di mettere in relazione persone, luoghi e sensibilità diverse.
La luce come seconda voce dell’opera
La luce non si limita a rendere visibile un’opera. La interpreta.
Di giorno, una scultura vive nel rapporto con il sole, con il paesaggio, con l’architettura che la circonda. Di notte, invece, è la luce artificiale a guidare lo sguardo. Può rivelare una piega, accentuare una superficie, alleggerire un volume, disegnare un’ombra.
Ogni materiale reagisce in modo diverso.
Il bronzo assorbe e restituisce calore. La terracotta trattiene una dimensione più intima e corporea. Le superfici specchianti moltiplicano bagliori e riflessi. Il ferro, il legno, il piombo o il corten raccontano la propria materia attraverso incisioni, ossidazioni, segni e discontinuità.
In questo dialogo, la luce non deve prevalere sull’opera. Deve ascoltarla. Deve lasciare emergere ciò che già esiste, accompagnando la forma senza trasformarla in spettacolo.
Materia, corpo, memoria: gli artisti e i loro mondi
Le opere presenti negli spazi SIMES raccontano ricerche molto diverse tra loro. Ciascuna porta con sé un modo specifico di intendere la forma, la materia e la relazione con lo spazio.
Con Giampietro Abeni, in arte Gineba, la scultura assume una dimensione più raccolta e simbolica. Nell’opera presente negli spazi SIMES, il gesto dell’abbraccio diventa forma, tensione e relazione: una presenza sospesa tra intimità e monumentalità, che la luce dall’alto modella nei pieni e nei vuoti, accentuando il dialogo tra corpo, ombra e architettura.
Con Franca Ghitti, la materia diventa memoria. Legno, ferro, incisioni e superfici di recupero custodiscono tracce, stratificazioni e riferimenti alla tradizione camuna. Qui la luce entra nei segni, ne rivela la profondità, restituisce voce a ciò che è inciso, scavato, sedimentato.
Nelle opere di Stefano Bombardieri, la scultura introduce una dimensione sospesa, ironica e teatrale. Gli animali, spesso fuori scala o collocati in situazioni inattese, mettono in discussione la nostra percezione del peso, dell’equilibrio e dello spazio. La luce amplifica questa tensione, proiettando ombre che diventano parte dell’opera stessa.
Il lavoro di Davide Rivalta porta invece nello spazio una presenza animale intensa e silenziosa. Le superfici bronzee, ruvide e vibranti, trattengono una vitalità quasi fisica. Anche dopo il tramonto, una luce calibrata permette alla materia di continuare a respirare.
Con Felice Martinelli, il segno assume una forza verticale, arcaica, quasi rituale. Nei rilievi e nelle forme slanciate, la luce scava, accompagna, misura le ombre. Senza questa relazione, il segno perderebbe parte della sua profondità.





Quando l’arte esce dagli spazi aziendali
Il dialogo tra arte, luce e spazio non si esaurisce negli ambienti aziendali.
Nel 2025, in occasione del 97° anniversario della fondazione di Corte Franca, il progetto “Vaghe stelle dell’orsa” ha portato l’arte contemporanea nei luoghi della vita quotidiana. Le opere di Davide Rivalta, Stefano Bombardieri e Felice Martinelli hanno trasformato piazze, parchi, giardini pubblici e aree pedonali in un percorso espositivo diffuso durato un mese.
Non una mostra chiusa entro confini definiti, ma un’esperienza aperta, attraversabile, vicina alle persone.
L’arte è entrata nei tragitti di ogni giorno: davanti a una palestra, in una piazza, accanto a una scuola, in un parco. Ha modificato luoghi familiari, invitando cittadini e visitatori a guardarli con occhi diversi.
Nell’area pedonale davanti alla palestra comunale, gli Apotropaici / Sette Savi di Felice Martinelli si stagliavano come presenze verticali e silenziose. Al calare della sera, la luce ne accompagnava il profilo senza interromperne l’equilibrio, lasciando che fosse l’ombra a completare la tensione verso l’alto.
In Piazza di Franciacorta, lo Struzzo Rubik di Stefano Bombardieri introduceva una nota ironica e straniante nel cuore dello spazio urbano. La luce notturna ne preservava la forza cromatica, mantenendo vivo il rapporto tra colore, volume e sorpresa visiva.
Nel Parco del Conicchio, la Trottola, sempre di Bombardieri, sembrava trattenere il movimento in un istante di equilibrio sospeso. La superficie in corten, illuminata con discrezione, rivelava la propria materia senza perdere naturalezza.
Nel giardino dell’Auditorium, l’Orso di Davide Rivalta abitava lo spazio con una presenza calma e vigile. Dopo il tramonto, la luce ne accompagnava la sagoma, restituendo la potenza silenziosa del bronzo senza sovrastarla.
Ogni opera ha costruito una relazione diversa con il luogo che la ospitava. Ogni intervento luminoso ha prolungato questa relazione oltre le ore del giorno, trasformando la percezione dello spazio pubblico anche durante la sera.
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